INRI RECORDS # Il Nuovo Rumore Italiano

DIVA : DAVIDE GOLIN CI INSEGNA A BALLARE DI POLITICA NEL VIDEO DI DIVADELICA

DIVADELICA

Anni di piombo e cultura pop, politico e privato si incontrano nel nuovo singolo dei DIVA, Divadelica. Le vicende personali del frontman Davide Golin si muovono sullo sfondo di un carosello di personaggi degli anni ’70 “neri” fra Mikis Mantakas, Jean-Marie Le Pen, il Cardinale Lefebvre e i colonnelli greci con un beat ipnotico ispirato anche alla nostrana italo-disco.

Divadelica 

Succede che a migliaia di chilometri di lontananza acquisisci una prospettiva più nitida della tua vita e del tuo passato. Per motivi personali mi trovo a passare un po’ di tempo a New York: sono i tempi post 9/11, dopo le Torri Gemelle: i tempi della DFA, del “more cowbell”, di Lcd Soundsystem, del nuovo indie-rock. Ma sono i tempi in cui i Metro Area nell’ora defunto Apartment in Meatpacking District nel loro DJ set infilano un’incredibile versione de Il Veliero di Battisti di un gruppo italo-disco olandese che dopo varie ricerche arrivai a identificare: Chaplin Band (no Shazam yet, sorry). Ero affascinato da quei mantra elettronici ma suonati, ipnotici e infiniti e volevo ricreare un clima del genere nella musica italiana, ma cercando di evitare la trappola “Capire Battiato” nella quale fatalmente si cade spesso quando gli italiani vogliono fare synth-pop made in Italy. Ci sarei riuscito?

Ma di cosa avrei parlato nel pezzo? Qualche anno dopo, mi fissai su un adesivo attaccato su una vetrina di un improbabile negozio di fiori a Brooklyn che poteva essere benissimo il quartier generale del gruppo TNT di Alan Ford. La scritta diceva BLACK LIVES MATTER. Qualche mese prima, a Staten Island, Eric Garner, afro-americano sospetto venditore di sigarette abusivo, morì soffocato da una morsa stretta da un agente di polizia: 19 secondi durante i quali Garner riuscì a esalare per undici volte la frase “I can’t breathe”.

Nel mio pezzo non avrei potuto piazzare sentimentali fraseggi d’amore. Decisi che la canzone si doveva chiamare Divadelica e che doveva essere il manifesto del disco. Doveva contenere parole forti. E che l’inevitabile tema dell’amore dovevo mischiarlo alla politica. Dopotutto, non siamo italiani?

In Divadelica parlo di due mie ex: un racconto diciamo per metà autobiografico, visto che mischio queste due storie con fatti ed episodi raccolti da varie letture o da certi film con una tecnica “cut-up” che mi sembrava perfetta per il brano. Da tipico ragazzo “di sinistra” della Prima Repubblica sono sempre stato affascinato dalla mistica dell’estrema destra. Dopotutto, i terroristi di sinistra erano liquidati semplicemente come “compagni che sbagliano”. Invece dall’altra parte della barricata le cose si facevano molto più intriganti. La critica alla produzione di massa di Marx e Engels non poteva competere con i riti di sangue, il superuomo, Evola e Pound. E fatalmente ci cascai. Le due storie quindi.

Io, ragazzo di sinistra, ebbi una storia con una militante del Fronte della Gioventù. Aveva la discografia completa di Bowie (quel saluto romano del Duca Bianco a Victoria Station dette i suoi frutti) e le piacevo. Anche se amava perdutamente un volontario dei miliziani cristiano-maroniti in Libano e mi raccontava di avere una lettera autografata con dedica del leader dell’estrema destra francese Jean Marie Le Pen.

Ogni anno a febbraio scendeva a Roma a commemorare con i camerati un certo Mikis Mantakas. Lui era un ragazzo greco che nei primi anni ’70 si trasferì a studiare a Roma. Mantakas militava nel Fuan (l’organizzazione universitaria di estrema destra) e rimase ucciso a 23 anni, colpito da due proiettili davanti alla sezione del MSI di Via Ottaviano a Roma, in occasione di un assalto alla sezione missina del rione Prati. Del suo omicidio furono accusati due militanti di Potere Operaio. Ogni anno a febbraio si riunivano a gridare MANTAKAS PRESENTE, a scriverlo sui muri.

E ancora io, ragazzo di sinistra, mi ero messo assieme a una bellissima tipa di colore, fidanzata ufficiale di un ex parà della Folgore filonazista e ultras del Verona. Uno stereotipo che sembra sceneggiato, ma che invece era tutto vero. Vivevo una strategia della tensione tutta mia. Il ragazzo della Folgore alla fine scoprì la tresca, a mie grosse spese.

Gli altri personaggi che cito nel brano: Farina (Giuseppe) è stato il presidente della squadra di calcio del Lanerossi Vicenza, la mia squadra del cuore, ai tempi del suo massimo splendore, per contrasto rispetto all’ultras del Verona (tra Vicenza e Verona c’è una storica irriducibile rivalità calcistica); il Cardinale Lefebvre, arcivescovo reazionario ultra-tradizionalista che si oppose alle aperture del Concilio Vaticano II, fino alla scomunica: perfetto per il messaggio e per la rima con Le Pen.

Il testo del brano, questo mio vissuto e questi miei flirt con i nuovi/vecchi fascismi risale a ormai quattro anni fa. E paradossalmente non è mai stato così attuale come ora.

Nel video volutamente non volevo ci fossero riferimenti ai contenuti politici del testo. Frank Zappa diceva che “Parlare di musica e come ballare di architettura”. In tempi di nani e ballerine ho voluto privilegiare la musica, il ritmo. E quindi ballare di politica.

0 Commenti

Leave a reply